Nefesh era un ragazzo, un tempo sarebbe già stato definito un uomo.
Il suo nome non era veramente Nefesh, alla nascita l’avevano registrato come Paolo, ma la madre – amante della lingua ebraica e legata a richiami ancestrali – lo aveva sempre chiamato Nefesh, perché nei primi giorni di ospedale, dopo il parto, aveva letto da qualche parte che Nefesh significava “Vita che respira” e le era sembrato perfetto per il figlio che aveva sempre desiderato. I medici le avevano sempre detto che non avrebbe mai potuto avere figli per via di una rara malattia alle tube di Falloppio, ma lei credeva al suo desiderio molto più che alle loro parole.
Proprio oggi Nefesh compiva 27 anni e questo lo portava a sentire ancora di più la mancanza della madre. Si era trasferito ad Aerøskøbing tre anni prima, e rientrava in Italia solo una volta l’anno d’estate, ma nell’ultima estate non aveva potuto. Era diventato cuoco presso la piccola pensione nella quale aveva iniziato a lavorare proprio quella primavera, grazie all’incontro con Ginevra. Una ragazza italo-danese che era nata lì 25 anni prima, da una famiglia italiana che negli anni ‘80 aveva deciso di tentare fortuna in Danimarca.
Aerøskøbing era piccola, fredda, aveva sì l’acqua come la sua amata Siracusa, ma le similitudini finivano lì. Però non poteva lamentarsi – pensava – perché proprio qui aveva trovato accoglienza, un lavoro sempre più stabile e che amava, con persone amabili e rispettose, in un ambiente ordinato e prevedibile. Il mondo gli aveva già insegnato che erano importanti la stabilità e la sicurezza, e lui sentiva che le stava trovando sempre di più, non poteva che considerarsi fortunato.
Allora perché quella frase – oggi – gli risuonava più presente che mai?
“Sei felice?”, era la voce della madre, nell’ultima telefonata, la mattina del 31 dicembre, dopo che Nefesh le aveva raccontato come tutte le cose fossero al loro posto. E lui senza pensare aveva risposto “Certo, mamma, non devi preoccuparti di nulla. Anche se mi manchi, la mia vita è felice”.
La mia vita è felice. Anche questo gli risuonava… la mia vita è felice. Perché aveva detto “la mia vita” e non “IO”. Cominciava a pensare che in quella semplice risposta ci fosse una fuga, un non volersi prendere la responsabilità di quella felicità. O la complicità di quella mezza menzogna. Mezza sì, perché aveva tutto quello che i suoi coetanei della città d’origine, faticavano a raggiungere a quella stessa età. Uno stipendio solido, un rispetto nella comunità, una ragazza – che non era ancora la sua ragazza – ma che sentiva che da lì a poco lo sarebbe diventata, e avrebbero avuto tutte le risorse per avere una casa loro, metter su famiglia… aveva tutto, ma la felicità l’aveva relegata alla sua Vita e non a Sé stesso. Perché?
E questa domanda aveva iniziato a fargli vedere che la sua vita, ad osservarla, era davvero perfetta, per cui non poteva che essere definita felice, ma se spostava lo sguardo esterno a quello interno, dentro vedeva delle crepe. Come un muro che non vuole seguire le vibrazioni di un sisma e inizia a incrinarsi. Non se ne capacitava. Perché questa differenza? “Perché la felicità esterna non può essere coerente con il mio stato interno?” e mentre ascoltava questo suo pensiero, qualcuno bussò alla porta della sua camera.
Era Ginevra. Quando Nefesh aprì la porta il volto di lei sembrava paralizzato, come se un’onda di calore fosse appena stata immobilizzata da una glaciazione. Ma i suoi occhi grandi esprimevano ancora tutta la tenerezza con cui era solita vederlo.
Gli aveva raccontato che Emil, il figlio della Panetteria Bageri, le aveva chiesto di fidanzarsi con lei. L’aveva invitata a cena, la sera prima, e le aveva fatto la proposta di fidanzamento nel locale più moderno del posto, sorseggiando un costoso spumante alla violetta.
Per un attimo l’equilibrio di Nefesh, o ciò che pensava essere in equilibrio, vacillò talmente forte da fargli stringere la mano contro lo stipite della porta, per non cadere. Lei se ne accorse, non disse nulla e si infilò nell’uscio per andare a sedersi, con calma, sul divano di lui. Quante confidenze, risate, pianti, silenzi… avevano condiviso su quel divano. Ma ora tutto sembrava più annebbiato e scuro e richiudendo la porta d’entrata, Nefesh si avvio con passo pesante verso la bella Ginevra. “Gliel’ho mai detto che è così bella?” e immerso in questo pensiero alzò lo sguardo, lei era seduta, composta, con gli occhi che non riuscivano ad alzarsi verso di lui. Allora cercando il coraggio pensò “adesso glielo dico”, ma quando aprì bocca si stupì a chiederle:
“E tu, cosa hai risposto?”
“Io… “, disse lei mentre lui si guardava le pieghe della mano nate da quella stretta di poco prima, sul legno dello stipite, “gli ho detto che non me l’aspettavo e che, avevo bisogno di dormirci sopra perché era una cosa importante… e…”
“E…”
“…e mi sono sentita in imbarazzo, a non dirgli subito di sì, lo conosco da sempre, è un bravo ragazzo, le nostre famiglie sono sempre andate d’accordo, farei la felicità di tutti e lui è… proprio carino… mi fa il filo da sempre, ha un futuro solido… e…”
“E…?”
“…e gli ho detto che ci avrei dormito su…”
“Ok, e adesso che ci hai dormito su?”
“Veramente non ho dormito stanotte… per cui non so se vale…”
“Ginevra”,
lei scoppia a ridere, e poi a piangere e con ancora i lacrimoni sorride a Nefesh, che guardandola con gli occhi lucidi, si sede di fianco a lei e le chiede:
“Sei felice?” – la frase della madre gli suonava talmente forte in testa, che si ritrovò a ripeterla senza rendersene conto. Lei non si aspettava quella domanda.
“Felice? Beh, sì, perché non dovrei?… ”
“Non ti ho chiesto perché non dovresti essere felice, ma se lo sei…”
“Sì…”
“Lo sei?”
“No…”
“Lo sei o non lo sei?”
“No, sì, cioè intendo: sì lo so che mi hai chiesto se lo sono e No… forse non lo sono, perché non lo so. E dovresti saperlo quando lo sei, giusto? Se non lo sai forse… non lo sei.”
“Già.”
“Perché dici già?”
“Cioè forse… cioè… in verità perché, ti sembrerà assurdo, ma è quello a cui stavo pensando poco prima che mi bussassi. La mia Vita è felice, cosa potrei chiedere di diverso. Va tutto bene, oltre le mie aspettative. Ma poi ho pensato: che la mia Vita sia felice, non è sufficiente perché lo sia anch’io.”
“Esatto! Non è sufficiente, forse necessario, ma certamente non sufficiente!”
Dopo entrambi rimasero zitti, con lo sguardo un po’ perso nel vuoto e un po’ perso in loro stessi. Entrambi stavano bene in compagnia l’uno dell’altra e il silenzio non sembrava mai fonte di imbarazzo, ma semmai un grande privilegio e coccola insieme. Come se nel silenzio si ascoltassero ancora di più. E forse è stata proprio questa consapevolezza far dire a Ginevra:
“Io non potrei mai stare zitta così a lungo in presenza di Emil.”
“Nemmeno io” aveva risposto Nefesh in modo un po’ beffardo.
“Cosa c’entri tu!” ed entrambi risero di nuovo, questa volta senza lacrime, ma con complicità e lo sguardo perso negli occhi dell’altro.
Lo sapevano entrambi che erano innamorati, ma quando la tua vita è felice e gli equilibri sono stabili ci vuole molto coraggio per rimettere tutto in discussione.
Quando non sai il perché,
ma senti che il cuore,
nel petto,
non ha lo spazio che merita,
tu sei nel posto giusto,
ma il tuo agire è
pigro.
Era scritta sul muro della stanza di Nefesh, erano le parole di un poeta del suo paese di origine, Ginevra le stava leggendo. Le aveva sempre lette, ma in quel momento per la prima volta le vedeva e le sentiva, insieme. Anche Nefesh seguendo lo sguardo di lei si era voltato oltre la sua spalla sinistra a rileggerle. E quando i loro sguardi, tornando dalla scritta, si ritrovarono: il tempo si fermò. Nessuno dei due avrebbe saputo dire per quanto, ma le labbra calde del sapore dell’altro avevano ridato il giusto ritmo al respiro e al cuore che pulsava ora libero nel petto, in quello spazio che merita.
“Cosa dirai a Emil?”
“Che è un amico speciale. Spero solo che non soffra troppo.”
“Chiamami dopo, va bene?”
Era sera, Ginevra aveva parlato con Emil, che in realtà aveva già capito – perché se non viene subito la risposta ovvia, forse non vuoi nemmeno sentire quella meno ovvia… e aveva anche già chiamato Nefesh dicendogli che l’avrebbe raggiunto dopo il turno di lui alla pensione.
“Sì mamma, sono felice 💜”, era il messaggio che aveva inviato alla madre a fine giornata, certo che sua madre avrebbe compreso la profondità di quelle parole.
L’indomani gliele avrebbe anche raccontate.





