Autore: Marco

  • Ti racconto di G.

    Ti racconto di G.

    Un raconto sulla forza che troviamo quando smettiamo di restare solo nella testa, e alleggeriamo il controllo.

    G. è una donna di 40 anni che ha iniziato un percorso insieme a me perché nel suo quotidiano arrivava spesso a fine giornata stanca e piena di pensieri. Pensieri che le dicevano di aver sbagliato quasi tutto: a volte per ciò che aveva detto o fatto, altre perché, pur avendo ragione, non aveva detto o fatto nulla.

    Una protagonista intrappolata nella propria testa

    Mi ricordava il personaggio di Kate Winslet ne L’amore non va in vacanza, quando Arthur Abbott (interpretato da Eli Wallach) le dice: «Nei film c’è la protagonista e c’è la migliore amica. Tu, te lo dico io, sei una protagonista, ma per qualche stupida ragione ti comporti da migliore amica».

    Questo schema si ripeteva da tempo e G. ne era diventata consapevole grazie ad altri percorsi.
    Ma quella consapevolezza non le bastava più: voleva rompere la dinamica per uscire da quel loop mentale.

    Mi ha conosciuto nei miei corsi di teatro e quando ha deciso di seguirmi nelle sessioni individuali era consapevole che il mio approccio non è né terapeutico, né medico.

    Ascolto, Scrittura e Agire quotidiano

    Nelle sessioni siamo partiti da due punti importanti: comprendere su cosa quella dinamica si appoggiasse quella difficoltà e iniziare azioni concrete per dare spazio al cambiamento.

    Vista la consapevolezza da cui partiva ho usato come primo strumento l’Ascolto Attivo, che è molto profondo e spesso sottovalutato. G. poteva parlare liberamente, a braccio, e io ascoltavo senza intervenire. Poi ho usato la Scrittura, le ho chiesto di scrivere in modo automatico e di esplorare un tema specifico, nato dall’ascolto precedente. E poi ho iniziato a darle piccoli compiti quotidiani: cambiare un’abitudine, fare una strada diversa per andare al lavoro, scegliere con cura il vestito da indossare quel giorno e molti altri.

    Dal controllo al concedersi la possibilità

    Questo aveva senso per G. perché il suo restare bloccata nella testa era legato, tra le altre cose, a un forte bisogno di controllo. L’idea era: se nulla cambia, nulla può andare storto. Un pensiero logico, ma non veritiero.
    Ad esempio puoi non cambiare mai strada per sentirti al sicuro, e poi bucare per un chiodo lasciato dagli operai lungo il bordo della carreggiata. E scoprire così, che i rischi non si possono mai eludere del tutto. Diventa sensato, piuttosto, cercare un equilibrio o un allineamento.

    Quei primi esercizi sono serviti a G. per dimostrare a se stessa, attraverso l’esperienza, che cambiare era possibile. E soprattutto, che non era meno sicuro che rimanere fermi. Anzi, in alcuni momenti era persino entusiasmante.

    Solo dopo è stato possibile esplorare cosa G. desiderasse davvero. Ridare forza ai desideri. Riconoscere che non si trattava solo di vedersi “oggi”, ma di agire per diventare chi voleva essere.

    Il percorso ha richiesto tempo e G. è stata capace di restare nel processo con costanza e presenza. Arrivando a ottenere un cambiamento importante: la casa che desiderava, nel luogo che sentiva suo fin da quando era piccola. Non senza difficoltà, ma andando fino in fondo e alla fine ha potuto guardarsi indietro con fierezza e soddisfazione. E assaporare nuove pensieri, la sera, prima di andare a letto.

    Non è una promessa

    Non c’è nessuna promessa implicita in questo racconto. È solo un esempio reale e positivo. Ed è importante capire che il cambiamento nasce sempre dall’intenzione della persona che intraprende il percorso. Senza quel primo passo, nessuno strumento, per quanto potente, sarà mai sufficiente.

    A G. serviva quell’obiettivo per riconoscere che stava concretamente facendo qualcosa, il risultato è un aiuto in più nel processo. Questo le avrebbe permesso di continuare a investire su di sé e nel suo percorso, almeno come sprint iniziale. Uno dei passaggi successivi – ancora più profondo – sarà iniziare a camminare senza cercare un’approvazione esterna (nemmeno la mia).

    Oggi G. non vive più nella città in cui lavoro e non stiamo proseguendo il percorso insieme. Il lavoro online non era adatto a lei. Ma son certo che ora abbia più strumenti per riconoscere persone, luoghi e relazioni che risuonino con lei e siano allineati al suo desiderio di star bene e sentirsi riconosciuta.

  • La mia vita è felice. Ma io? (Storia di Nefesh e Ginevra)

    La mia vita è felice. Ma io? (Storia di Nefesh e Ginevra)

    Nefesh era un ragazzo, un tempo sarebbe già stato definito un uomo.

    Il suo nome non era veramente Nefesh, alla nascita l’avevano registrato come Paolo, ma la madre – amante della lingua ebraica e legata a richiami ancestrali – lo aveva sempre chiamato Nefesh, perché nei primi giorni di ospedale, dopo il parto, aveva letto da qualche parte che Nefesh significava “Vita che respira” e le era sembrato perfetto per il figlio che aveva sempre desiderato. I medici le avevano sempre detto che non avrebbe mai potuto avere figli per via di una rara malattia alle tube di Falloppio, ma lei credeva al suo desiderio molto più che alle loro parole.

    Proprio oggi Nefesh compiva 27 anni e questo lo portava a sentire ancora di più la mancanza della madre. Si era trasferito ad Aerøskøbing tre anni prima, e rientrava in Italia solo una volta l’anno d’estate, ma nell’ultima estate non aveva potuto. Era diventato cuoco presso la piccola pensione nella quale aveva iniziato a lavorare proprio quella primavera, grazie all’incontro con Ginevra. Una ragazza italo-danese che era nata lì 25 anni prima, da una famiglia italiana che negli anni ‘80 aveva deciso di tentare fortuna in Danimarca.

    Aerøskøbing era piccola, fredda, aveva sì l’acqua come la sua amata Siracusa, ma le similitudini finivano lì. Però non poteva lamentarsi – pensava – perché proprio qui aveva trovato accoglienza, un lavoro sempre più stabile e che amava, con persone amabili e rispettose, in un ambiente ordinato e prevedibile. Il mondo gli aveva già insegnato che erano importanti la stabilità e la sicurezza, e lui sentiva che le stava trovando sempre di più, non poteva che considerarsi fortunato.

    Allora perché quella frase – oggi – gli risuonava più presente che mai?

    “Sei felice?”, era la voce della madre, nell’ultima telefonata, la mattina del 31 dicembre, dopo che Nefesh le aveva raccontato come tutte le cose fossero al loro posto. E lui senza pensare aveva risposto “Certo, mamma, non devi preoccuparti di nulla. Anche se mi manchi, la mia vita è felice”.

    La mia vita è felice. Anche questo gli risuonava… la mia vita è felice. Perché aveva detto “la mia vita” e non “IO”. Cominciava a pensare che in quella semplice risposta ci fosse una fuga, un non volersi prendere la responsabilità di quella felicità. O la complicità di quella mezza menzogna. Mezza sì, perché aveva tutto quello che i suoi coetanei della città d’origine, faticavano a raggiungere a quella stessa età. Uno stipendio solido, un rispetto nella comunità, una ragazza – che non era ancora la sua ragazza – ma che sentiva che da lì a poco lo sarebbe diventata, e avrebbero avuto tutte le risorse per avere una casa loro, metter su famiglia… aveva tutto, ma la felicità l’aveva relegata alla sua Vita e non a Sé stesso. Perché?

    E questa domanda aveva iniziato a fargli vedere che la sua vita, ad osservarla, era davvero perfetta, per cui non poteva che essere definita felice, ma se spostava lo sguardo esterno a quello interno, dentro vedeva delle crepe. Come un muro che non vuole seguire le vibrazioni di un sisma e inizia a incrinarsi. Non se ne capacitava. Perché questa differenza? “Perché la felicità esterna non può essere coerente con il mio stato interno?” e mentre ascoltava questo suo pensiero, qualcuno bussò alla porta della sua camera.

    Era Ginevra. Quando Nefesh aprì la porta il volto di lei sembrava paralizzato, come se un’onda di calore fosse appena stata immobilizzata da una glaciazione. Ma i suoi occhi grandi esprimevano ancora tutta la tenerezza con cui era solita vederlo.

    Gli aveva raccontato che Emil, il figlio della Panetteria Bageri, le aveva chiesto di fidanzarsi con lei. L’aveva invitata a cena, la sera prima, e le aveva fatto la proposta di fidanzamento nel locale più moderno del posto, sorseggiando un costoso spumante alla violetta.

    Per un attimo l’equilibrio di Nefesh, o ciò che pensava essere in equilibrio, vacillò talmente forte da fargli stringere la mano contro lo stipite della porta, per non cadere. Lei se ne accorse, non disse nulla e si infilò nell’uscio per andare a sedersi, con calma, sul divano di lui. Quante confidenze, risate, pianti, silenzi… avevano condiviso su quel divano. Ma ora tutto sembrava più annebbiato e scuro e richiudendo la porta d’entrata, Nefesh si avvio con passo pesante verso la bella Ginevra. “Gliel’ho mai detto che è così bella?” e immerso in questo pensiero alzò lo sguardo, lei era seduta, composta, con gli occhi che non riuscivano ad alzarsi verso di lui. Allora cercando il coraggio pensò “adesso glielo dico”, ma quando aprì bocca si stupì a chiederle:

    “E tu, cosa hai risposto?”

    “Io… “, disse lei mentre lui si guardava le pieghe della mano nate da quella stretta di poco prima, sul legno dello stipite, “gli ho detto che non me l’aspettavo e che, avevo bisogno di dormirci sopra perché era una cosa importante… e…”

    “E…”

    “…e mi sono sentita in imbarazzo, a non dirgli subito di sì, lo conosco da sempre, è un bravo ragazzo, le nostre famiglie sono sempre andate d’accordo, farei la felicità di tutti e lui è… proprio carino… mi fa il filo da sempre, ha un futuro solido… e…”

    “E…?”

    “…e gli ho detto che ci avrei dormito su…”

    “Ok, e adesso che ci hai dormito su?”

    “Veramente non ho dormito stanotte… per cui non so se vale…”

    “Ginevra”,

    lei scoppia a ridere, e poi a piangere e con ancora i lacrimoni sorride a Nefesh, che guardandola con gli occhi lucidi, si sede di fianco a lei e le chiede:

    “Sei felice?” – la frase della madre gli suonava talmente forte in testa, che si ritrovò a ripeterla senza rendersene conto. Lei non si aspettava quella domanda.

    “Felice? Beh, sì, perché non dovrei?… ”

    “Non ti ho chiesto perché non dovresti essere felice, ma se lo sei…”

    “Sì…”

    “Lo sei?”

    “No…”

    “Lo sei o non lo sei?”

    “No, sì, cioè intendo: sì lo so che mi hai chiesto se lo sono e No… forse non lo sono, perché non lo so. E dovresti saperlo quando lo sei, giusto? Se non lo sai forse… non lo sei.”

    “Già.”

    “Perché dici già?”

    “Cioè forse… cioè… in verità perché, ti sembrerà assurdo, ma è quello a cui stavo pensando poco prima che mi bussassi. La mia Vita è felice, cosa potrei chiedere di diverso. Va tutto bene, oltre le mie aspettative. Ma poi ho pensato: che la mia Vita sia felice, non è sufficiente perché lo sia anch’io.”

    “Esatto! Non è sufficiente, forse necessario, ma certamente non sufficiente!”

    Dopo entrambi rimasero zitti, con lo sguardo un po’ perso nel vuoto e un po’ perso in loro stessi. Entrambi stavano bene in compagnia l’uno dell’altra e il silenzio non sembrava mai fonte di imbarazzo, ma semmai un grande privilegio e coccola insieme. Come se nel silenzio si ascoltassero ancora di più. E forse è stata proprio questa consapevolezza far dire a Ginevra:

    “Io non potrei mai stare zitta così a lungo in presenza di Emil.”

    “Nemmeno io” aveva risposto Nefesh in modo un po’ beffardo.

    “Cosa c’entri tu!” ed entrambi risero di nuovo, questa volta senza lacrime, ma con complicità e lo sguardo perso negli occhi dell’altro.

    Lo sapevano entrambi che erano innamorati, ma quando la tua vita è felice e gli equilibri sono stabili ci vuole molto coraggio per rimettere tutto in discussione.

    Quando non sai il perché,
    ma senti che il cuore,
    nel petto,
    non ha lo spazio che merita,
    tu sei nel posto giusto,
    ma il tuo agire è
    pigro
    .

    Era scritta sul muro della stanza di Nefesh, erano le parole di un poeta del suo paese di origine, Ginevra le stava leggendo. Le aveva sempre lette, ma in quel momento per la prima volta le vedeva e le sentiva, insieme. Anche Nefesh seguendo lo sguardo di lei si era voltato oltre la sua spalla sinistra a rileggerle. E quando i loro sguardi, tornando dalla scritta, si ritrovarono: il tempo si fermò. Nessuno dei due avrebbe saputo dire per quanto, ma le labbra calde del sapore dell’altro avevano ridato il giusto ritmo al respiro e al cuore che pulsava ora libero nel petto, in quello spazio che merita.

    “Cosa dirai a Emil?”

    “Che è un amico speciale. Spero solo che non soffra troppo.”

    “Chiamami dopo, va bene?”

    Era sera, Ginevra aveva parlato con Emil, che in realtà aveva già capito – perché se non viene subito la risposta ovvia, forse non vuoi nemmeno sentire quella meno ovvia… e aveva anche già chiamato Nefesh dicendogli che l’avrebbe raggiunto dopo il turno di lui alla pensione.

    “Sì mamma, sono felice 💜”, era il messaggio che aveva inviato alla madre a fine giornata, certo che sua madre avrebbe compreso la profondità di quelle parole.

    L’indomani gliele avrebbe anche raccontate.

  • Prestazioni

    Prestazioni

    Bello come termine vero? Dentro ci vedo tante cose che non esistono, ad esempio una persona nell’atto di prestare le proprie azioni a qualcun altro.

    [Esterno giorno, in un parco, due persone che non si vedono da tempo, si scambiano dei saluti di cortesia poi il più anziano fa una domanda.]

    – Cosa stai facendo?

    – Sto prestando la mia azione di aprire e chiudere la mano a Giulia

    – E perché, non può farlo da sola?

    – Potrebbe, ma sta abbracciando suo padre, allora le presto la mia azione

    – È un bel prestAzione da parte tua. Io pensavo esistessero solo i PrestAzioni di Borsa, invece quello che fai tu a cosa serve?

    – Oh, in questo caso, ad esempio, apro la mano e la chiudo sul bastone da passeggio, così Giulia può usare entrambe le braccia per stringere suo padre che vede per la prima volta da quando è stato dimesso dall’ospedale.

    – Che bella emozione. E perché Giulia ha un bastone da passeggio? … Forse ti sto facendo troppe domande…

    – Ah! No, no, va benissimo. Lunga storia, breve: l’ultima volta le ho prestato l’azione di correre, per riuscire a raggiungere l’autobus che stava arrivando alla fermata… ma ho sbagliato a capire e stavo andando verso l’autobus sbagliato, allora lei per prendere quello giusto, si è messa a correre di scatto, ma forse la disabitudine, o il timore di non prenderlo, l’hanno fatta inciampare sui propri talloni e per cercare di rimanere in piedi, ha preso una storta e poi è caduta comunque.

    – Oh, mi spiace…

    – Sì, sì. Adesso naturalmente devo riconquistare la sua fiducia, sono un PrestAzione serio, fino ad allora non avevo mai disilluso le aspettative di nessuno.

    – Ah certo…

    – Sì, sì, devo assolutamente recuperare. Lo sai che nella mia famiglia siamo stati tutti PrestAzione? Mio padre, suo padre prima di lui e andando indietro anche il trisavolo, poi più indietro di così non son riuscito a ricostruire la memoria famigliare. Anche mia figlia è stata accettata in accademia… sarebbe la prima PrestAzione femminile.

    – Oh, cavolo perché fino ad adesso solo uomini?

    – Sì, esatto. E sai, ci sono certe azioni che solo le donne possono prestare alle donne… non so perché si sia aspettato così tanto.

    – Ah certo, cavolo, è importante.

    – Sì poi magari, ci aiutano a ridimensionare questa competizione sfrenata.

    – Tra i PrestAzione?

    – Sì, sì. Se non fossi stato il primo della mia classe, mio padre non mi avrebbe più parlato probabilmente. Mentre per me è proprio un lavoro nobile che merita di essere fatto senza lo stress di dover primeggiare.

    – Hai perfettamente ragione…

    – Sì, forse, guardami oggi. Rischio di diventare un disonore per la famiglia se non recupero la fiducia di Giulia. E se non ci riesco, tutte le mie teorie e la mia divulgazione sul sentire, ascoltare, esserci… non sarebbero più così credibili.

    – Non ci avevo pensato.

    – Ma sono consapevole, e convinto, che abbiamo bisogno di usare la competizione per migliorare noi stessi e non per primeggiare sugli altri. E so che mentre si cerca un nuovo equilibrio, è normale sbagliare. Per questo dobbiamo credere nella nuova direzione, nonostante gli inciampi…

    – Che in questo caso è proprio l’esempio perfetto…

    – Cosa?

    – Gli inciampi…

    – Ah… mi hai fatto ridere, non ci avevo pensato… esatto!
    Solo che con il rigore, la rassicurazione data dal seguire le regole, la resistenza al cambiamento, e così via, è difficile.

    – Certo, sì. Forse fai bene a prenderti almeno una pausa, a rimetterti…

    – No, ma quale pausa! Non intendevo questo. Io non ne posso fare a meno, devo per forza andare nella direzione in cui credo. Ma se perdo credibilità sarà più difficile, non impossibile, ma più difficile, richiederà più tempo. Invece, se riesco a recuperare fiducia, nonostante un errore… un inciampo [entrambi sorridono], che può accadere a tutti, ma io sono qui ad ammetterlo – allora ognuno di noi ci guadagna. E la prossima volta non ci sarà nemmeno più bisogno di dover recuperare la fiducia, perché non sarà andata persa. Così inizieremo a fidarci anche – e forse soprattutto – di chi è in grado di sbagliare, rimediare e proseguire, alla luce del sole.

    – Perché poi è quello che facciamo tutti, no? …ecco, forse non alla luce del sole…

    – Esatto! Allora permettiamolo anche ai PrestAzione.

    – Così magari i PrestAzione aumentano e siamo tutti più felici, non solo chi riceve i servizi dei PrestAzione.

    – Ben detto!

    E mentre ognuno riprendeva la sua strada, dopo essersi salutati, l’amico più anziano rifletteva: “E così forse vale per le nostre prestazioni. Permettiamo loro di deluderci, ogni tanto, di non essere sempre al top. Perché a volte è solo un errore e lo recuperiamo prendendo il prossimo autobus che passa, altre volte è un suggerimento: e se oggi cambiassi autobus?”

  • Pomeriggio a IKEA

    Pomeriggio a IKEA

    Sto lavorando da una postazione a Ikea.

    Sono rientrato ieri, dopo qualche giorno di stacco in Francia, abbiamo scoperto un posto meraviglioso: Briançon, subito dopo il confine, a meno di 3h di auto da Milano. Natura, fiumi, laghi, montagne… siamo stati bene. Oggi mi son diretto verso DAIMON per accorgermi che ieri avevo tolto le chiavi di tasca e così ho deciso di fermarmi a Ikea invece di tornare a casa a prenderle.

    La WiFi è migliorata e si lavora molto bene, con un wrap, un caffè lungo…

    Ogni tanto faccio una pausa e tolgo le cuffie e non posso non osservare il mondo intorno. Inoltre ho avuto la fortuna di imparare a dattilografare alle superiori e spesso mentre scrivo sposto lo sguardo oltre il computer e noto le facce delle persone che salgono la scala mobile. Allora qualche osservazione/considerazione ha iniziato a nascere. E ho deciso di fare una pausa più lunga e scrivere dei pensieri da condividere.

    Soprattutto perché è iniziata una playlist leggermente malinconica, o comunque sentimentale che mi ha portato a pensare a noi esseri umani, come esseri un po’ strani e particolari. Due grandi filoni mi attraversano: quello dei genitori e quello delle coppie, ma se ne è aggiunto poi un terzo, quello degli amici. Vediamoli separati e poi proviamo a unirli alla fine.

    I genitori

    Sono i primi che mi hanno colpito, partiamo da loro. E non sto generalizzando, ma sono nello specifico quelli che ho incontrato mentre facevo la coda per prendere una merenda in una delle famose pause. Ma anche quelli che ho incontrato quando sono arrivato. Non iniziamo bene perché il primo pensiero che mi è nato in testa è stato “non siamo obbligati a fare figli, forse lo pensiamo, ma non è così”. A volte penso che viviamo dentro una sorta di veicolo invisibile con il pilota automatico. Anch’io ho pensato fino ai miei 20 anni di dover studiare, trovare un lavoro, formare una famiglia, fare dei figli, educarli e mandare avanti il mondo. E, sempre nei miei vent’anni, ho cominciato a pensare che fosse un pensiero leggermente arrogante. Mi spiego: se sali a un’altitudine sufficiente, anche solo quella di un palazzo, noi esseri umani diventiamo molto piccoli; se sali su una montagna, spariamo proprio e se riesci ad andare ancora un po’ più su, sparisce anche quello che abbiamo costruito. Non son sicuro sia vero, ma per ChatGPT l’intera popolazione umana, in piedi, occupa solo l’intera Lombardia, tutto qua. E noi pensiamo che con il nostro operare possiamo portare avanti il mondo? Il mondo va avanti e noi dovremmo diventare sufficientemente bravi da saper seguire. Questo è quello che ho iniziato a imparare, crescendo. E da quando ho figli mi sembra ancora più naturale. Educare i figli? Sì qualcosa dobbiamo dirgli per educarli alla sopravvivenza o all’integrazione nella società, ma per tutto il resto sono loro che ci riportano al sentire autentico, a insegnarci quel che ci siamo persi o che non abbiamo mai avuto modo di acquisire. Con la loro capacità di dire di no o sì a ciò che vogliono e non a ciò che devono volere. Io non so da che viaggio vengano i genitori che ho incontrato oggi e non mi permetto di giudicarli e non racconterò cosa ho visto, ma so con sufficiente certezza ed esperienza, che noi genitori non siamo insegnanti, siamo allievi. Quando decidi di diventare genitore, dovresti comprendere che stai diventando un allievo per il resto della tua vita. Cosa che in realtà saresti comunque.

    Coppie

    Beh bisognerebbe parlare di età, prospettive e tante altre cose, ma mi limito a quanto visto oggi. Son certo che esistano coppie che entrano a Ikea strafelici di iniziare a costruire il loro nido, ma non oggi (in realtà poi verso sera ne ho viste di tenere). Oggi ho visto coppie annoiate, con lui che guarda un cellulare (magari cerca info su materiali, misure, colori… io lo faccio), lei persa su un punto fisso sul soffitto, che cambia mentre la scala mobile scorre. E anche qua non giudico, non so nulla, osservo e riporto a me. Quanto tempo perdo dentro a qualcosa che la mia mente ritiene importante, scordandomi di ciò che mi sta scorrendo attorno, solo perché credo che quell’intorno sia lo stesso di ieri e dell’altro ieri… E soprattutto senza mai guardare negli occhi, chi ho al mio fianco in quel momento? Per me coppia significa condividere, tutto, il bello e il brutto. Avere il nostro surplus sempre sul tavolo della cucina, perché l’unica persona con la quale mi sento di poterlo vedere senza remore o vergogna è la persona che è in coppia con me. E il tavolo della cucina è quello più vissuto e in vista – almeno dalle famiglie italiane in media, e da noi sicuramente. Invece a volte tiriamo in dietro i nostri pensieri, voleri, desideri. Portiamo avanti le paure e non parliamo dal cuore, ma dalle strutture, quelle stesse che società, scuola e famiglia ci hanno insegnato. Ed è proprio per questo che non si può smettere mai di apprendere, di crescere, di rielaborare, trasformare.

    Gli amici

    Li vedi ridere, parlare, difficilmente hanno un momento in cui stanno in silenzio. È un equilibrio opposto. E mi son chiesto con quanti amici sono in grado di stare in silenzio senza sentirmi in imbarazzo o costretto a parlare. E mi son risposto: tutti, altrimenti non sono amici. Di fatti gli altri hanno preso altre strade. Per me è stato così, quasi da sempre. Io ricordo tutti – e forse è così anche per loro – e con tutti se ci incontrassimo per caso, mi fermerei a prendere un caffè o qualcosa con immenso piacere. Ma la vita ci conosce meglio di noi stessi. E spesso non ci fa più incontrare per caso, come è accaduto quando ci siamo conosciuti. E ci sarebbero occasioni anche facili per far accadere quel caso. Perché ognuno procede, sempre e comunque, per il suo sentiero. E se non lo cambiamo insieme, le vie si separano e il più delle volte semplicemente si allontanano. Altre volte ci sono delle piccole ricongiunzioni, degli incroci, ma anche in quel caso la volontà deve essere unanime di prendere la stessa via, altrimenti – di nuovo – ognuno proseguirà per il proprio viaggio. Ed è giusto così.

    I single

    ne ho aggiunto una (forse due). Di solito sono quelli che camminano più veloci. Spesso persi nel loro dover portare a termine ciò per cui hanno messo piede in Ikea. Del resto non è un luogo in cui uno viene da solo a passeggiare. Anche se con l’area di ristoro, mi sto ricredendo. Uno potrebbe venire da solo, per un caffè, lavorare, guardare fuori dalla finestra vista mare… cioè parcheggio – ma per me e Francesca è vista mare!

    Gli altri

    Potremmo poi parlare di chi ci lavora, di chi ritorna perché ha scordato un pezzo, di chi fa solo un giro perché è agosto ed è una scusa come un’altra di fare qualcosa con qualcuno; per mangiare, o fare merenda, colazione, per litigare, baciarsi sulle scale, andare al bagno, che di bagni pubblici non ce ne sono più. Ma ho scritto già a sufficienza direi.

    Insieme

    E come mettiamo insieme tutto questo? Semplice, ogni parte raccontata è comunque una parte di noi, sia che siamo figli, genitori, in coppia, single… perché avremo momenti in cui penseremo che è nostro dovere insegnare, oppure fare la cosa giusta, o rinunciare a qualcosa perché siamo in ritardo, o dare per scontato un nostro sentire… e lì perderemo la parte più importante di noi: quella che sa ascoltare cosa diciamo, desideriamo, vogliamo.

    Non che sia bravo a farlo, ma per me giusto e sbagliato benché siano due concetti naturali, sono anche due concetti bassi. Dovremmo trascenderli appena ci rendiamo conto di provarli, avvertirli, vederli, per diventare la versione più alta che portano nel loro seme e andare a prenderci quel sentire che è nostro, personale, singolare e unico: ovvero di nessun altro e considerarlo giusto e l’unico giusto possibile. E seguirlo, senza poter far altro, che seguirlo.

    Ci incontreremo, ci perderemo,
    ci cambieremo, ci trasformeremo.
    Diventeremo.
    Se la direzione siamo Noi,
    andrà tutto bene, qualunque sbaglio commetteremo,
    se la direzione sarà il giusto,
    ci perderemo qualunque successo otterremo.

  • Essere Guidati

    Essere Guidati

    Siamo guidati, non può essere che così.

    Stamattina mi sono alzato con questa sensazione, nata dagli ultimi 4 giorni. O meglio, consolidata negli ultimi 4 giorni, perché non credo che certe sensazioni possano nascere di botto, a meno di eventi traumatici, piuttosto ci arrivano gradualmente, a patto che ci dedichiamo a noi stessi con costanza.

    Essere guidati significa
    fare ancora meglio
    ciò che desideriamo
    nel profondo.

    Inizia venerdì. La settimana finisce con un’ultima sessione qui a DAIMON e la sensazione che sia stato tutto bello e tutto abbia fluito armoniosamente. Assaporata quella sensazione lì, eccone salire un’altra, di tutt’altra natura. Un involucro di ansia, che spesso arriva quando hai fatto qualcosa di sbagliato, inadeguato, non allineato a te. E non capisco. Non è coerente, con quanto penso del momento. Non posso farci niente, quel sentire permane, cerco di accoglierlo senza giudizio e osservarlo.

    A casa con Francesca, condivido il mio stato d’animo e provo a dare delle motivazioni, ma nessuna mi risuona veramente. E anche Francesca, che in quel momento, ascoltandomi con sincerità, mi fa da specchio, non mi restituisce qualcosa di assimilabile alla sensazione.

    La testa non comprende, so che va bene così, spesso non è il momento di comprendere, bisogna solo lasciare accadere e rimanere vigili, osservare, appunto.

    Quel fine settimana, con Francesca, abbiamo partecipato a un workshop sul Canto e la Voce Essenziale, organizzato da Vocal Essence®. Giovanna Mazzon, guida e mentore del metodo, inizia chiedendo “Vi ricordate il tema di questi due giorni?” e poi continua specificandolo “La Vergogna“. E io mi dico, “la vergogna, davvero? Non era un altro?” E poi lo ripete “La Performance“…

    -Ah, ecco!- mi dico, la performance, questo ha molto più senso, avevo capito male.

    Poi entriamo nella stanza lavoro e in cerchio ognuno condivide l’intenzione di lavoro con tutti i partecipanti. E lì mi rendo conto che la mia intenzione di lavoro è proprio la vergogna. Ed è esattamente la sensazione portata fuori da quell’involucro d’ansia, il giorno precedente.

    Qualcosa/Qualcuno – fin dal giorno precedente – aveva già iniziato a farmi lavorare nella direzione di questo seminario, e di ciò che necessitavo maggiormente, per fare un altro passo avanti nella riscoperta della mia voce essenziale.

    Il lavoro con Giovanna e tutti i partecipanti, insieme a Francesca, è stato profondo e trasformativo. E quando trovi la guida giusta per quel momento di vita, è naturale che sia così – non scontato, ma naturale. È stato particolarmente provante, perché sono tornato a stretto contatto con un “blocco vergogna” importante, sedimentato nelle memorie, sicuramente di me bambino, ma forse ancora più antiche. E mi hanno fatto sentire perentoriamente quella sensazione di essere sotto attacco, e se avessi sbagliato qualcosa, sarei stato colpito e affondato.

    E naturalmente ho sbagliato di tutto
    e non sono stato né colpito, né affondato.

    Ma ci sono momenti in cui
    sapere questo non aiuta,
    anzi rischia di allontanarci dalla difficoltà.

    Perché alcune difficoltà vanno attraversate anche nella loro assurdità di pensiero:
    quando questo è onesto e risuona con la sensazione che stiamo provando.

    Son felice di essere risuscito a starci dentro, ad abitare il sentire, anche a discapito della performance. Un sentire che chiamo vergogna, ma che va al di là del significato della parola stessa, e di ciò che ognuno di noi associa a quella parola, perché era una sensazione molto specifica e personale, molto più densa delle parole che io sarei in grado di trovare, per descriverla.

    Per tutto il tempo, la mia testa è stata insoddisfatta, ma gentile, mi ha permesso di lavorare al meglio e senza scappare. E nel viaggio di rientro, ho condiviso con Francesca le sensazioni, la difficoltà. E questa volta il suo ascolto attivo, mi ha fatto di nuovo da specchio, e la mia condivisione risuonava perfettamente con la mia sensazione.

    Il giorno seguente, ieri, il lavoro ha iniziato a sciogliersi e anche la testa ha potuto iniziare a comprendere. È stato bellissimo sentire che tutto è iniziato con un involucro di ansia e che il blocco vergogna, era un altro involucro e che sotto c’era e c’è questa parte di me, rattrappita come se venissimo accartocciati dentro una scatola per ore, se non giorni, che gioiva nel riprendersi il suo spazio.

    Il lavoro non è finito e non si è risolto completamente, ma stare in quel sentimento che mi viene da chiamare Vergogna, adesso significa anche stare insieme a quella parte di me che da un certo punto in poi non ha più potuto parlare, mentre da questo fine settimana ha rivisto il suo dono: la parola e la parola cantata.

    Mi son ritrovato ieri a cantare, con una nuova libertà e un nuovo piacere nell’ascoltarmi.

    C’è tanta strada da fare, e ce ne sarà sempre, ma se mi volto a guardare gli ultimi 4 giorni, posso solo pensare di essere stato guidato. E se ci rendiamo conto, che essere guidati, non significa non avere potere di scelta, ma piuttosto, significa

    fare ancora meglio
    ciò che desideriamo
    nel profondo.

  • Il potere del volere

    Il potere del volere

    Cosa ci muove all’azione?

    Potremmo pensare che sia la volontà a muoverci ad agire. E sarebbe meraviglioso, io voglio, io agisco. E se fosse così semplice e fossimo così onesti nel nostro sentire, non avremmo difficoltà a Star Bene nel nostro vivere. Avremmo probabilmente meno pesi, pensieri, rammarici, rinuncie, e così via.

    È una cosa semplice “voglio -> agisco” e semplice, spesso non è da tutti, non è facile.

    “Mamma esco con gli amici.”

    “Torna per le 22.00.”

    “Dai le 22, voglio tornare per l’1.”

    L’erba voglio non cresce nemmeno nel giardino del Re! Ho detto 22!”

    “Ma alle 22 sono ancora tutti fuori facciamo almeno mezzanotte…”

    E così via, ciò che vuoi viene prima vagliato dalle regole sociali, di famiglia, quelle che poi ti crei da solo.

    Altro esempio.

    “Prof. posso andare al bagno?”

    “No! C’è appena stato l’intervallo,
    vuoi solo uscire a farti una passeggiata.”

    “E perché non posso farmi una passeggiata?
    Poi torno e faccio l’esercizio”

    Prima il dovere e poi il piacere!”

    Questo accade durante la nostra crescita, quando desideriamo qualcosa, ci viene insegnato a passare dal filtro del “posso e non posso”. E il volere qualcosa diventa “Posso volere quella cosa?” Sì, bene allora la voglio e agisco. No? Va bene allora mi sposto su un compromesso o su altro. Ma se era veramente la prima cosa, quella che volevo, quella che mi piaceva davvero, mi sarò spostato dal mio centro per cercare un compromesso, un’azione giusta, adeguata, sicura, condivisa, diligente, responsabile…

    Intanto mi allontano da me.

    A mia figlia ho chiesto “Si possono mangiare le patatine al bar?”, e lei mi ha risposto “Sì, ogni volta che si vuole!”.

    E quella è la chiave: “Ogni volta che si vuole“.

    Ci farebbe un gran bene lasciare andare il si può o non si può, si fa o non si fa, è giusto o è sbagliato… per dare spazio a “Lo voglio?”. Ma quel “Lo voglio” profondo, connesso con la mia essenza, l’anima, lo spirito. Quel volere le cose che mi piacciono per davvero e imparare a riconoscerle.

    Ogni volta che penso di volere una cosa, una situazione, una soddisfazione, dovrei fermarmi – almeno qualche secondo – e chiedermi “Perché la voglio?” e ascoltare la risposta, aprire verso la risposta, che parlerà con una voce sottile, flebile, sotto il brusio chiassoso dei pensieri più attivi.

    E quel perché potrà guidarmi.

    E non devo essere spaventato dalle risposte, perché se scavo abbastanza a fondo, sotto quel brusio, non avrò pensieri di invidia, vendetta, arroganza… non dovrò pensare se quella mia azione rispetta o meno l’altro. Perché in quello spazio c’è il rispetto per me stesso, per la vita, di conseguenza anche per l’altro.

    Voglio andare al mare. – Perché? – Perché è estate… ok, fermati, ascolta quel “perché” magari vuoi andare 3 giorni in un eremo, o una sera in discoteca, o partire per un viaggio solo con sconosciuti.

    Voglio andare al mare. – Perché? – Perché ci son nato al mare, e ogni volta che mi sento scarico, so che sull’arena, l’aria, la brezza, la salsedine mi ricaricano. E poi ho una domanda, che posso fare solo al mare.

    Allora vai, non aspettare nemmeno un secondo di più.

    Indagare il nostro volere, ci riconnette con il nostro desiderare e il nostro sognare. Forse volere non è potere, ma riconnetterci a quel volere profondo, essenziale, onesto – probabilmente – è ESSERE.

  • Quante realtà viviamo?

    Quante realtà viviamo?

    Naturalmente se cerchi una risposta a questa domanda, non chiedere a me. Perché scrivo naturalmente? Perché per me, non appena diamo una risposta a questa domanda, la riposta – per quanto corretta possa essere nel momento in cui l’abbiamo pensata – diventa sibillinamente sbagliata.

    Come in un gioco di calamite, quando cerchi di metterne una sull’altra, se l’altra è della stessa polarità cambierà posizione repentinamente. E se non ne conosci la ragione, ti sembrerà di impazzire perché ti dirai: “Ma era qua!”, “Ma era qua!”, “Hey ma era qua!”… È un gioco strano e in questo caso non ci è dato nemmeno di conoscere il meccanismo, possiamo arrivare forse a intuirlo o a intenderlo, ma senza la possibilità di farlo nostro in modo ragionevole e ragionato.

    In questi casi – per me – è molto meglio stare nella domanda. Altrimenti il contenuto dell’articolo sarebbe stato: “boh!”, ma forse sarebbe stato troppo breve…

    Allora provo a stare nel perché mi venga da indagare questa domanda. In primis, nasce da un fine settimana di formazione, all’interno del quale ci siamo proprio tuffati nel tema della multidimensionalità. E non a livello informatico o di realtà aumentata, ma a livello umano, universale e spirituale. Poi perché è un tema che mi sta abitando da un po’ di tempo, in un certo senso l’ho sempre avuto a cuore, e ogni incontro che mi permette di ritrovare un pezzettino di me, mi racconta qualcosa di nuovo e di eterno insieme.

    Tante belle parole vero? Ma in definitiva?

    Beh in definitiva niente, perché non c’è nulla di definito in questo tema, si intuiva all’inizio, no? Potremmo – forse – raccoglierlo in un aforisma poetico, che amo particolarmente:

    E ora fatemi filosofeggiare un po’

    Se l’incertezza è il clima della nostra anima e l’anima riverbera con l’anima del nostro bellissimo pianeta (e oltre), all’ora l’incertezza deve essere il clima dell’universo. A questo punto se tutto è incerto nulla è certo, ma se picchio il ginocchio contro il tavolo urlo dal dolore e questo è certo, allora se tutto è certo, nulla è incerto?

    E qui potremmo iniziare a intuire e intendere come – sul nostro piano duale – gli opposti siano spesso facce della stessa medaglia, dello stesso dualismo: luce-buio, bene-male, giusto-sbagliato… Così, se certo e incerto (che è la negazione di certo: in-certo) son due facce dello stesso dualismo, allora questa realtà ce la raccontiamo vedendola da una sola faccia.

    Se inizio a percepire l’altra faccia (ancor prima di raccontarla) ecco che si dovrebbero aprire altri piani di realtà, ma là dove ce n’è uno ce ne sono – forse – infiniti? E anche in-finiti (come negazione di finiti) è una faccia di quel duale che esiste tra finito e infinito, ma che è molto difficile afferrare con la parte razionale e logica del nostro ragionare. Meglio non farlo, potremmo impazzire e non è il caso, ma andiamo avanti.

    Allora la domanda: “quante realtà viviamo” diventa davvero interessante. Interessante più come indagine: come se diventassimo indagatori del dubbio, di quell’incertezza che mette in dubbio e apre. Apre a nuove realtà e ogni dubbio, al posto di dare nuove risposte e nuovi schemi, può dare nuovi piani di realtà e nuove incertezze. Così il nostro procedere diventa infinito, eterno.

    A un certo punto potremmo smettere di cercare risposte e conferme, e rimanere eternamente – appunto – nel divenire incerto di ogni attimo, ma quel giorno – forse – arriverà per chi non abiterà più questo corpo e questo tempo. Per noi, ben venga la fatica e a volte la paura, dell’incertezza – che in una nuova consapevolezza può essere vissuta, anche, con più leggerezza, ma va comunque vissuta.

    Se sei arrivato in fondo e la tua risposta rimane un numero definito di realtà, che sia una o più, va benissimo. Ci incroceremo nei piani comuni e ci lasceremo negli altri. Portando con noi quell’esperienza che ci ha resi e ci rende chi siamo.

    In fondo, nulla è per sempre, e solo questa frase – per me – è un potentissimo strumento di esistenza, ma te ne parlerò un’altra volta: promesso!

    Alla prossima.

  • Together – INSIEME

    Together – INSIEME

    TOGETHER WE CAN DO WHAT WE CAN NEVER DO ALONE

    Francesca, la donna che condivide con me il quotidiano e molto di più, al mio “vorrei farmi una tisana” risponde con, “ne vuoi una della Yogi?”… come facevo a rifiutare, sono le mie preferite. Così scava nella sua borsa e recupera questa bustina singola, presa da chissà dove. Metto su l’acqua calda, prendo, e leggo l’etichetta, perché so che YogiTea scrive sempre dei messaggi: “Together we can do what we can never do alone”: “Insieme possiamo fare quel che non riusciremmo mai a fare da soli“.

    Alzo lo sguardo, cerco gli occhi di Francesca, le mostro l’etichetta e attendo la sua reazione: qualche secondo per leggere e poi, sorride con gli occhi che brillano mentre incontrano i miei. Ci riconosciamo in quel sentire disarmato che non lascia spazio all’improvvisazione: “Quando i giochi si fanno duri, i duri iniziano a giocare!

    Sì perché dovete sapere che tra percorsi che stiamo seguendo insieme, trattamenti e carte canalizzate, il messaggio – declinato in vari modi – è sempre lo stesso, ovvero “bla bla bla … INSIEME“, “INSIEME troverete bla bla bla”, “se INSIEME allora bla bla bla wow!”. Insomma la parola chiave è, evidentemente INSIEMETOGETHER!

    Io sento che l’Universo mi parla: attraverso sincronicità, ciclicità, simboli, sensazioni, voci sottili, incontri, ecc. E so che negli anni ho smesso di credere a tutto questo, mentre a mio avviso da bambino son stato molto più connesso. Ma quando la vita vuole rimetterti qualcosa sul tuo percorso, trova il modo per farlo. E anni fa, grazie al teatro ho riaperto questo canale e l’ho coltivo a livello di percezione fisica. Negli ultimi anni ho aggiunto una consapevolezza più sottile ancora. I messaggi sono diventati più importanti e la difficoltà a maggiore, ma anche la meraviglia e la bellezza di quando questi puzzle iniziano a prendere forma. O a darti una direzione precisa.

    Ognuno di noi percepisce e comunica in modo differente. C’è chi è più portato a sentire voci, suoni, parole, chi invece nel vedere immagini, colori, chi a percepire con la pelle, gli organi del corpo e così via. Osservandoci – con mente da principiante – possiamo imparare quale parte di noi è più predisposta a ricevere, per aiutarci a creare un primo spazio di fiducia, in cui, successivamente, possono entrare anche gli altri sistemi. Naturalmente ognuno di noi ha il proprio bouquet. Personalmente sento molto con il corpo e la percezione, poi ho la visione, più raramente sento suoni o parole. Anche se col tempo e l’allenamento tutto prende più spazio, si amplifica.

    INSIEME poi mi richiama anche un’altra considerazione. Chi mi conosce da più vicino sa che amo stare da solo, e pur avendo questa necessità e propensione verso l’eremitismo – oggi un po’ meno – non potrei crescere se non abitando uno spazio condiviso con altre persone. Francesca in primis, i figli, la famiglia, perché è il mio quotidiano. Ma poi tutte le persone che la vita ti avvicina e che se siamo attenti riconosciamo come famiglia animica. Da soli non possiamo veramente evolvere, possiamo arrivare fino a un certo punto.

    Probabilmente sarebbe diverso qualora nel nostro percorso ci fosse la via per arrivare ad essere un Asceta, allora forse tanto tempo soli aiuterebbe. Ma non saremmo comunque soli, perché in quell’indagine individuale, saremmo connessi sempre più con la natura e gli elementi che ci circondano. Ma non avendo questa direzione, ad oggi, in questa vita, non sento di poter aggiungere altro.

    Ultima cosa: nel momento in cui l’Universo, attraverso i suoi simboli, incontri, allenamenti ecc. ti porta – e rimarca – un messaggio, ho imparato che conviene dargli seguito, sia nel bene che nel male.

    Perché il più delle volte possiamo non sapere esattamente tutti i motivi per cui accade qualcosa, ma se abbiamo ricevuto messaggi e sensazioni che confermano quella direzione, e sai nel tuo profondo che devi fare proprio quella cosa lì, i motivi passano in secondo piano e li comprenderai eventualmente dopo. Un po’ come si dice in teatro: Prima fai e poi capisci. Che è la stessa cosa che fa un bambino: prima impara a camminare poi eventualmente può capire come funziona la camminata; prima impara a emettere suoni e parlare e poi eventualmente può comprendere la grammatica che permette tutto ciò.

    Anche in questo caso:
    prima iniziamo a seguire i segnali che la vita ci dona
    e poi eventualmente comprenderemo la loro grammatica.

    Alla prossima!

  • Viaggiare

    Viaggiare

    Viaggiare.

    Per me, per anni, ha corrisposto ad un’attività riservata a pochi, o comunque a chi poteva. Ed io non ero tra quelli. Non mi ci sentivo. 

    Poi ho iniziato a esplorare il mondo vicino, con i limiti che le finanze mi chiedevano. Ma libero di creare il mio itinerario, di decidere all’ultimo, di meravigliarmi. E il viaggio non è più stato di chi se lo poteva permettere, ma di chi se lo concedeva. 

    Nel tempo ho percorso distanze sempre maggiori, a volte in solitaria, a volte in compagnia. E mai il valore dell’esperienza è stato legato al budget o al lusso che potevo raggiungere. Piuttosto al valore o alle restrizioni che personalmente ho percepito o di cui mi sono convinto. E il viaggio ha preso la forma di un cammino. 

    Sono stato fortunato fin qua, perché dentro alle esperienze, il più delle volte, ho percepito il bello. E quando non è stato così, il brutto mi ha aiutato a crescere. Magari non subito, spesso non subito, ma a un certo punto, a volte anche a distanza di anni, l’ombra del brutto ha evidenziato il valore del bello. Di allora, o di una trasformazione, o di adesso. 

    Questo ha portato il mio sentire a sapere che anche quando non sento il bello, non sono a mio agio, mi sale un fastidio, o addirittura la rabbia e così via, va bene. Posso permettermi di essere sbagliato, non corrisposto, diverso. 

    E nel tempo scopro come questo sentire cambi e faccia evolvere il bello intorno a me. Cambio nel mio parlare, nel mio pensare, nel mio agire, nel mio esistere. 

    Mi riconnetto anche, a qualcosa di più grande, che corrisponde al mio essere piccolo e che ritrovo nell’agire dello spirito. 

    E il viaggio diventa vivere, la vita, il mio divenire. 

    Marco

  • Cosa ci rende felici, oggi?

    Cosa ci rende felici, oggi?

    Sulla felicità potremmo parlare per il resto dei nostri giorni e scoprire sempre qualcosa di nuovo, capace di portare maggiore gioia nel nostro quotidiano. Per questo, quanto dirò in queste poche righe non potrà mai essere esaustivo dell’argomento. È un semplice punto di vista, un granello nell’arena dello star bene, del benessere, soprattutto per chi inizia a indagare questo spazio.

    La felicità e la gioia, sono luoghi in cui poter abitare per elevare i nostri pensieri e sentimenti e portare maggior benessere all’interno del quotidiano. Non è sempre facile, a volte impossibile perché dobbiamo attraversare una difficoltà, con la necessità di impararla, farla nostra, ma certamente può essere una bussola importante.

    Quando non siamo abituati a cercare la felicità e il pensiero positivo (che spiegherò meglio fra poco), rischiamo di vedere cosa c’è di sbagliato, cosa non funziona, cosa è peggiorato in una situazione, oppure la sua sfortuna, le avversità, i pericoli e le preoccupazioni, che porta. E questa modalità non ci aiuta a sintonizzarci con la gioia. Ci porta esattamente all’opposto, avvallando la credenza che la felicità sia effimera.

    Ma prima vediamo cos’è il pensiero positivo, visto sempre da questo punto di vista. È il pensiero di vedere la parte positiva di un evento, mantenendo la consapevolezza che esiste anche la parte negativa, e che positivo e negativo sono solo due poli, due cariche che noi diamo a un evento e non sono una migliore e una peggiore e abbiamo bisogno di entrambe: perché viviamo in un mondo duale, dove esistono due facce della stessa medaglia. Le parti negative se possono essere migliorate da noi, allora dovremmo prenderne atto e agire senza indugio, se non possiamo fare nulla direttamente, dovremmo lasciare ad altri, in fiducia. Le parti positive sono quelle che ci permettono di nutrire la nostra vitalità e farci crescere nella direzione che desideriamo. Non può essere tutto positivo, e il pensiero positivo non dovrebbe mai fare finta di niente rispetto a quanto noi consideriamo negativo, questo è importante. Dobbiamo usare ognuno di questi pensieri, per il nostro meglio.

    Perché farci guidare dai pensieri non positivi, cercare le parti che non funzionano, ecc. quasi mai è la via per star bene? Mettiamola così, se ho un problema e cerco la causa per risolverla, può andar bene, ma se di quel problema non so cercare la causa, ma so vedere tutte le avversità, senza poterle risolverle, tenere l’attenzione in negativo, non farà che far crescere quelle avversità nella mia mente e alla fine non vedrò nient’altro. Perché la mente è uno spazio finito e io seleziono cosa tenere in quello spazio, e ciò che seleziono mi condiziona. Per cui se porto alla mente i pensieri positivi, nutro quello spazio di gioia, di colori, di benessere e con molta probabilità andrò oltre, vedrò al di là del problema, scoprendo, spesso, una soluzione adeguata per me. Magari non del problema in sé, che abbiam detto non posso risolvere direttamente, ma del mio procedere sì.

    Se mi abituo a vedere in positivo tutto ciò che mi capita, se comprendo che nulla accade per caso e che per ogni evento c’è un mio passaggio necessario, allora avrò sempre più momenti in cui coltiverò gioia nei miei pensieri. E quando la mente pensa a cose felici, il respiro rallenta, e riempie i polmoni di ossigeno, i muscoli si rilassano, lo sguardo si apre, le labbra si distendono e noi riusciamo a sentire, percepire e raccontare di più e meglio.

    Un primo esercizio per chi desidera provare questo approccio è quello di fare spazio. Ogni volta che pronuncio qualcosa di negativo, come una semplice lamentela, o un’imprecazione, o una battuta sarcastica, mi fermo, faccio silenzio, respiro e mi chiedo “ho la possibilità di dire o fare qualcosa di concreto per agire una soluzione o una miglioria?”, se la risposta è sì, lo faccio e poi non aggiungo altro, e sposto i miei pensieri su altro. Se è no, smetto di parlare e sostituisco quel pensiero, e di conseguenza le parole, con qualcosa che per me è positivo. Relativo alla situazione o semplicemente cambiando discorso. E se non trovo nulla, sto zitto.

    Attenzione: se stare zitto mi fa aumentare la rabbia o la frustrazione, allora bisogna fare una fase di scarico prima. Ovvero dico tutto, mi lamento di tutto, tiro fuori tutto. Lo faccio con consapevolezza, sentendo se questa modalità mi porta a stare bene o se mi porta a volermi lamentare e arrabbiare di più. Di solito è la seconda, con questa consapevolezza in noi, possiamo poi iniziare l’esercizio descritto sopra.

    Una domanda che personalmente è stata importante per me, e che certamente non ho inventato io, ma che anni fa è arrivata da qualche dove, è: “Voglio avere ragione, o essere felice?“. È delicata perché di primo acchito può sembrare superficiale e arrendevole, ma è proprio in questa arrendevolezza, che io posso trovare la mia felicità. Magari prossimamente scrivo un articolo sull’arrendersi, un tema delicato e profondo insieme, e direi anche necessario al giorno d’oggi.

    Ma intanto proviamo a sperimentare la percentuale di pensiero positivo che riusciamo a mettere nel quotidiano e vediamo se nell’arco di un mese qualcosa migliora?

    Vi porto un esempio di due persone che abitano nello stesso quartiere. Uno è un carabiniere, mentre l’altra una poetessa. Il primo ha a che fare tutti i giorni con la delinquenza, ragazzi giovani in giri di droga o alle prese coi primi furti, gente ubriaca che fa incidenti in auto e così via; la seconda passa in silenzio a osservare le cime degli alberi, fa laboratori di scrittura con alcuni ragazzi del quartiere, medita e quando c’è occasione dà una mano al prossimo. Il primo ti racconta di come la città vada sempre peggio e che i giovani sono allo sbando, che nessuno rispetta più le regole e che si muore per ragioni futili. La seconda ti racconta di quanta speranza riponga nelle nuove generazioni, che ha conosciuto anime vive e che la natura è la nostra salvezza e che la vita è meravigliosa. E non dobbiamo pensare che il primo non conosca le parti belle della vita nel suo quartiere, ma in almeno metà della sua giornata vede solo le parti brutte. Mentre la seconda, sente al bar degli eventi nefasti che accadono, ma riempie almeno il 50% del giorno di poesia, silenzio e bellezza.

    Noi possiamo scegliere se essere carabinieri o poeti dei nostri pensieri. Non cambieremo come va il mondo, ma possiamo cambiare come andiamo noi nel mondo e avere una nostra bolla di realtà. Ma anche della bolla di realtà dobbiamo parlare in un altro articolo: è qualcosa di meraviglioso.

    Intanto se ti fa piacere, prova a sperimentare l’esercizio che ho scritto più sopra o semplicemente a portare queste considerazioni nell’osservazione del tuo quotidiano.

    Spero ti unirai anche tu a indagare come portare sempre maggiore felicità e benessere nel quotidiano.

    Ci sentiamo alla prossima!